domenica 10 gennaio 2010

Le parole (e le storie) sono importanti, di Gianluca Battista



Come è ormai consuetudine, il 31 dicembre scorso il Presidente della Repubblica Napolitano ha espresso il suo discorso augurale a tutti gli italiani. Per l’occasione, Repubblica ha pubblicato un interessante resoconto di tutti i precedenti discorsi con un’attenta analisi delle parole maggiormente utilizzate in ognuno di essi da tutti i passati presidenti.

La nostra riflessione è che alla fine dell’anno i nostri presidenti fanno una (importante) operazione in qualche modo simile a quello che è uno dei nuclei fondamentali del nostro lavoro di psicoterapeuti: e cioè tentano una rilettura, globale, della storia vissuta (nel loro caso di una nazione), cercando al contempo di dare senso agli avvenimenti dell’anno trascorso e grazie a ciò, di nutrire sentimenti di unità e di speranza.

L’uomo è da sempre un “narratore di storie”: la stessa psicoterapia è un percorso attraverso il quale in qualche modo riappropriarsi della propria storia individuale: e il soggettivo vissuto di benessere o malessere è strettamente legato a come consideriamo la nostra storia, e noi stessi all’interno di essa.
Inoltre, altro elemento in parallelo, nel discorso di fine anno i Presidenti provano di solito a infondere fiducia per i tempi a venire. In tal senso osserviamo come se alcuni presidenti hanno nominato con più frequenza parole come “unità”, “popolo”, “tutti”, altri hanno citato più spesso “speranza”, “fiducia”, “giovani”, “futuro”.
“Riforme” e “giovani” sono stati i termini maggiormente utilizzati quest'anno dal Capo dello Stato, mentre il termine “difficile” compare una sola volta; al contrario, Giovanni Leone, forse non il nostro miglior presidente, utilizzava nei suoi discorsi di fine anno, certo non favorito dagli anni di piombo, la parola “problema” più spesso di qualsiasi altra...

Per finire, a proposito sia di storie che di come la realtà possa essere letta soggettivamente in modi diametralmente opposti, mi piace riportare qui di seguito un bellissimo racconto sufi:

Uno stupendo cavallo sauro di un uomo saggio un
giorno sfonda la porta della stalla e fugge via.
Ai vicini di casa che vanno a trovarlo per compatirlo
il saggio risponde con un dolce sorriso: "magari è
un bene!", dice.
Sei mesi dopo il sauro fa ritorno insieme a dieci
cavalli selvaggi che lo hanno eletto capobranco.
Quando i vicini di casa accorrono a congratularsi
con lui, il saggio risponde: "magari è un male!".
il figlio del saggio cerca di domare uno di quei cavalli,
ma il cavallo imbizzarito lo scaraventa a
terra.
Il giovane si frattura una gamba e resta invalido per tutta la vita.
Il saggio dice ai vicini venuti per consolarlo:
"magari è un bene!".
Dopo due anni scoppia la guerra e tutti i giovani del villaggio
sono costretti ad arruolarsi nell'esercito, tutti
tranne il figlio del saggio...

Naturalmente la storia può proseguire all'infinito...

2 commenti:

  1. il riccio

    il post di gianluca mi fa pensare ad un film che ho visto recentemente. un mondo segreto si schiude agli occhi di chi sa coglierne i segni, come le due parti di un simbolo. l'uomo venuto da lontano, come attraverso una simmetria segreta, aggiunge il pezzo mancante all'immagine evocata dalla donna. questi due pezzi ricostruiscono un mondo, costruito da chi vuole stare fuori dal mondo. e questo mondo, chiuso su se stesso, nel momento in cui si apre alla vita va in pezzi come uno specchio troppo delicato e trasparente. la testimone inconsapevole di tutto questo traccia un altro confine per la sua vita, e ne immagina un finale differente, come nella storia del saggio.

    da "il riccio"

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  2. allora grazie per il bel commento/contributo che direi amplifica i significati e con il suo spessore dà ulteriore chiarezza a quanto volevo esprimere nel post... e andrò di sicuro a vedere questo film! Gianluca

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